Province
30/07/2013

Il "Miracolo" Brebemi

Chiudiamo l'ultimo numero della newsletter prima della pausa estiva intervistando il presidente di Brebemi, Francesco Bettoni. Il motivo è semplice: Brebemi rappresenta in questo anno difficile e per certi versi drammatico per il comparto delle infrastrutture un "miracolo", prendendo in prestito le parole del Presidente Bettoni. 
I 62 km di autostrada fra Brescia e Milano sono stati costruiti, infatti, senza un euro di finanziamento pubblico, tutto project financing.


Presidente come procedono i lavori?
Direi che nell’insieme il lavoro sta procedendo a pieno ritmo. Con la erogazione del closing finanziario senior si è potuto finalmente far decollare i lavori su tutto l’arco autostradale e le dico addirittura che in alcuni cantieri si sta lavorando su due turni giornalieri.
Stiamo procedendo a pieno ritmo e questo perché vorremmo fare un altro miracolo che è quello di realizzare la chiusura anticipata dei lavori su almeno due/tre tratte e quindi poter aprire queste tratte entro novembre/dicembre di questo anno.

Ci può spiegare la storia di Brebemi

In questi anni le difficoltà sono state enormi e per questo che dico, senza offesa per coloro che credono, che è stato un “miracolo”. Veramente, è stato un miracolo essere riusciti ad arrivare a circa l’80% dei lavori e soprattutto nel rispetto del crono programma e anche nel rispetto dei costi preventivati.
Questi ostacoli sono stati dovuti anche al fatto che essendo la prima grande opera in Project Financing abbiamo dovuto pagare lo scotto del noviziato. Tant’è che oggi le infrastrutture grandi che si stanno realizzando, penso a Teem, penso a Pedemontana, non stanno avendo le difficoltà che abbiamo avuto noi. Quindi diciamo che abbiamo pagato duramente l’esperienza di essere i primi a realizzare un progetto di questo genere, di una grande opera in progect financing in un paese dove le regole sono ancora molto vecchie e difficile da cambiare. Difficoltà nella registrazione ai vari livelli. Difficoltà di mettere insieme i comuni e le provincie attraversate. Difficoltà di natura procedurale e poi una difficoltà enorme nel closing finanziario, non per colpa dei soci e dei finanziatori, che ci hanno aiutato, ma perché il modello era unico, era il primo in assoluto e quindi diciamo che chi arriva dopo di noi è enormemente agevolato da questo fattore.
Comunque considero anche sotto questo profilo questa esperienza positiva. Abbiamo contribuito a far crescere una nuova cultura nel Paese, la cultura del Project Finacing, la cultura dell’efficienza, la cultura del superamento di difficoltà utilizzando ingegno, inventiva e creatività.

Ma c’è stato un momento in cui ha detto “ce l’abbiamo fatta”

Se devo essere sincero il momento vero è stato quando abbiamo fatto il closing finanziario. Fino a quel momento direi che mai ho avuto la certezza. Solo quando ho visto sui conti correnti Brebemi il flusso dei finanziamenti del progect ho avuto la certezza di avercela fatta!

Cosa si può fare per migliorare la redditività delle infrastrutture

Innanzi tutto la ricerca del consenso, che è fondamentale. Ed è la prima cosa che si deve avere.
Le grandi opere devono trovare, nel rispetto assoluto dell’eco sostenibilità. Poi certo devono avere la certezza del delle procedure e i tempi che devono essere assolutamente in linea con il progetto economico finanziario, e soprattutto con il crono programma. Ma alla base di tutto vi è il consenso del territorio. Questo deve essere prioritario e quindi bisogna avere le istituzioni che lo governano affianco per affrontare quello che oggi è l’aspetto più importante: la disponibilità ad accettare infrastrutture.
E poi le dico molto francamente un’altra cosa, che un nuova infrastruttura deve rispondere soprattutto alla domanda: “Ma perché questo investimento?”.
Cioè bisogna aver chiare le esigenze a cui l’investimento deve rispondere. Nel nostro caso  il recupero di competitività del territorio, delle imprese e l’esigenza di maggiore fluidità del traffico.

Qui infatti nessuno si è rifiutato, niente effetto nimby

Esattamente. Ma guardi qui devo dare atto al lavoro fatto dalle Camere di Commercio e al lavoro fatto dalle Provincie dai Comuni interessati e dalla Regione stessa.
L’accordo di programma è stato uno strumento eccezionalmente importante.
Per certi aspetti, il fatto di avere atteso un anno per procedere nei lavori a causa dell’esposto europeo fatto da alcune associazioni ambientaliste, ci ha aiutato comunque a lavorare sul territorio per trovare quel consenso che poi l’accordo di programma ha identificato.
Devo dire che noi siamo partiti con una impostazione che poi la legge obbiettivo ha ratificato, cioè con la Conferenza dei Servizi quando il progetto preliminare era già fatto. Probabilmente questo passaggio deve essere ri-articolato e deve essere discusso prima assolutamente dell’approvazione del progetto preliminare se no ci si trova con dei costi che nel nostro caso ci sono piovuti addosso. Ricordo anche che questa procedura purtroppo ha fatto sì che l’opera da 800 milioni di euro raddoppiasse. Però è altrettanto vero che noi sul territorio abbiamo realizzato, e stiamo realizzando, infrastrutture che sono di straordinaria utilità e che hanno migliorato l’accessibilità all’autostrada. Opere che i comuni non avrebbero mai potuto realizzare per il rispetto del Patto di stabilità e per l’ormai cronica scarsità di risorse finanziarie dello Stata e, a cascata, degli enti territoriali locali.
Opere che, ripeto, hanno sicuramente migliorato il progetto e che, messe insieme, hanno anche consentito ai comuni di migliorare la loro viabilità locale .

Che cosa lascia Brebemi alla Lombardia


Io direi che l’esperienza di Brebemi, ma anche quella  di Teem e di Pedemontana, sono esperienze eccezionalmente importanti, che veramente hanno creato e stanno creando una cultura nuova degli amministratori locali e della classe dirigente lombarda. Ma anche nel sistema delle imprese, alzando notevolmente la capacità di progettazione, di ideazione, della nosrtra Regione.
Sono infrastrutture che rilanceranno la competitività della Lombardia, non solo economicamente ma anche come capacità di ragionare e di pensare nuove strategie per il futuro in un ottica sempre più europea e, per certi aspetti, sempre più internazionale.

Cosa pensa del "decreto del fare"

Direi che è stato un fatto sicuramente positivo. Ovviamente per rilanciare l’economia del nostro Paese questo è solamente l’avvio, l’inizio. Non può essere considerato il punto di arrivo perché noi dobbiamo pensare ad essere più competitivi sul piano dell’internazionalizzazione, dobbiamo cercare di creare la cultura delle imprese di fare rete d’impresa, di aggregarsi e di andare a conquistare i mercati esteri. Bisogna avere il coraggio di guardare sempre di più a quello che succede intorno a noi, andare nei paesi dell’Est Europa e in Africa.
E’ quindi il primo anello di una serie di provvedimenti che devono puntare decisamente a rimettere al centro dell’interesse della politica, ma soprattutto di questo governo, l’economia e le piccole e medie imprese. L’unico modo per far ripartire l’economia è rilanciare il tessuto delle piccole e medie imprese. Bisogna riuscire a dare la molla per far superare il torpore e la rassegnazione che c’è oggi dando incentivi intelligenti e soprattutto creando l’ambiente ideale perché l’imprenditore torni ad essere quello che conoscevamo alcuni anni fa.  


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