Province
16/07/2013

Meno energivore, più redditive e "frugali". Queste sono le Infrastrutture del futuro

“Il nostro Paese ha bisogno di prendere delle scelte strategiche nel campo delle infrastrutture. Bisogna puntare su un sistema di mobilità che sia meno energivoro come la rotaia, le vie del mare e ampliare la rete autostradale. Allo stesso tempo bisogna attivare l’arrivo di capitali esteri”.
Parlare con l’on. Giuseppe Zamberletti, Presidente dell’Igi, Istituto Grandi Infrastrutture, è come respirare una ventata di ottimismo. Non che la situazione dipinta dal Presidente sia tutta rose e fiori, anzi, ma in un periodo in cui si alzano solo voci catastrofiste sul destino del settore delle infrastrutture nel nostro Paese, sentire Zamberletti che ti spiega in maniera semplice e completa genesi, sviluppi e evoluzioni future del settore non può che dare fiducia.
Presidente, qual è la situazione del comparto infrastrutture?
Il nostro Paese rischia in questo momento storico in cui la finanza pubblica è in difficoltà, una crisi che durerà ancora un po’ di anni, di compromettere le condizioni per la crescita futura. Le infrastrutture, infatti, non solo generano Pil diretto ma consentono di agevolare i trasporti e accedere in maniera veloce e diretta ai mercati, nazionali ed esteri con costi più bassi.
Quando questa crisi passerà di sicuro si riproporrà un problema energetico, come nel dopoguerra. Perché interi continenti, che prima avevano dei consumi molto bassi, ora si stanno imponendo sul mercato. Oggi, per sostenere il loro sviluppo industriale ed economico, hanno bisogno di grandi quantità di energia. Quindi occorrono infrastrutture di trasporto meno energivore.
Ciò vuol dire che dovremo scegliere la rotaia rispetto all’autostrada, che non significa abbandonare la strada, anzi, avere un trasporto su gomma più scorrevole incide positivamente sulla riduzione dei costi energetici. Ma meno energivore vuol dire anche trasporto via mare.
Ma con che capitali potremo investire nelle infrastrutture poco energivore vista la crisi della finanza pubblica?
Dovremo attirare il capitale privato, soprattutto quello estero. Ma per attivare questa ignizione al di fuori del panorama europeo bisogna soprattutto dare condizioni di certezza. Quindi, oltre a capire quali infrastrutture vogliamo, dobbiamo dotarci di un sistema di regole certo.
L’incertezza nelle procedure autorizzative vuol dire aumento dei costi economici. Affrontare ricorsi, procedure di contestazione ecc.. Bisogna che il nostro Paese si doti di certezza del diritto e che le condizioni pattuite oggi vengano tenute tali per tempi lunghissimi, perché investire in infrastrutture significa recuperare il capitale in tempi lunghi.
Poi non pensiamo a quanti decenni passano dal progetto preliminare alla realizzazione dell’opera. A volte credo che ci dovremmo dotare di un sistema come quello svizzero basato sul referendum. Un sistema che ha consentito di fare il traforo del Gottardo, un’infrastruttura realizzata solo con capitali svizzeri.
Una procedura quella del referendum che magari non  ti consente di fare molte opere, tipo l’aeroporto nel Ticino, però quello che fai sei sicuro di realizzarlo in tempi certi.
Oltre alla certezza normativa c’è bisogno anche di aumentare la redditività, come possiamo fare?
Il quadrilatero Umbria-Marche sta tentando questo esperimento che si basa sulla “cattura di valore”. In sostanza, realizzare su aree prospicienti alle infrastrutture zone per l’industrializzazione e il turismo, inserendole nel progetto stesso. In questo modo l’infrastruttura non sarà redditiva solo per la tariffa o il pedaggio che si riscuoterà dagli utenti ma anche per la “cattura del valore” che genera sul territorio. Questo è indubbiamente uno dei segreti che possono portare in Italia investimenti esteri.
E’ possibile prevedere anche l’introduzione di una quota di “azionariato popolare”?
Il problema sono le dimensioni del finanziamento. Ciò sarebbe interessante soprattutto per quanto riguarda il lato politico. Il cittadino si sentirebbe comproprietario dell’opera e la difende nella realizzazione e nei tempi. Tuttavia, non dimentichiamo che per certe infrastrutture il costo è talmente elevato che sarebbe impossibile sostenerlo con un azionariato popolare. Piccole infrastrutture come parcheggi magari sì. Sono esperimenti che si potrebbero provare.           
Si parla molto di “frugalità”. Come applicare questo concetto anche alle grandi infrastrutture.
Anni fa, quando si decise di fare l’Alta Velocità, si unì questa all’Alta Capacità. Siamo stati i soli in Europa. Allora si discusse molto se l’AV dovesse essere una linea leggera come hanno fatto i francesi. In realtà ci vennero dimostrate due cose: la prima, che l’orografia del nostro Paese era tale da non permettere costi significativamente inferiori. La seconda, che, la sola AV venne percepita ai tempi come la “ferrovia dei ricchi”. Per cui l’AC servì a dimostrare che non era la ferrovia dei privilegiati ma era anche quella per il trasporto merci.
Oggi invece bisogna pensare diversamente. E già è così. Ad esempio l’AV in Calabria non sarà altro che la velocizzazione alla tedesca della linea storica, perché senza il Ponte sullo Stretto un investimento elevato sarebbe sostanzialmente inutile. Con il Ponte, il progetto avrebbe avuto un senso perché voleva dire fare Catania-Roma in 4 ore e mezzo. Insomma, si metteva la Sicilia quasi sullo stesso piano del nord Italia, in termini di tempi. E infine, la condizione morfologica delle montagne non consente di aprire altri buchi e gallerie in un terreno molto dissestato.

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